Pino Puglisi, un “parto per uccisione”!

Un “parto per uccisione”. È questa l’inedita e significativa espressione che gli artisti siciliani, Ficarra e Picone, utilizzarono in un applauditissimo e commovente intervento televisivo del 2007 per commemorare don Pino Puglisi, il sacerdote palermitano assassinato dalla mafia venticinque anni fa, che Valentino Picone – tra l’altro – aveva anche conosciuto durante gli anni di liceo a Palermo come suo docente di religione.

«Molti – recitavano i due artisti – dicono che lui sia morto e che noi dobbiamo elaborare il famoso lutto. Ma noi che lo conoscevamo bene, sappiamo che non si tratta di morte, ma di parto. Perché si può nascere in tanti modi… c’è un parto cesareo, quello naturale, quello in acqua e poi c’è un parto per uccisione».
In queste parole c’è davvero il senso ultimo della vita, del nascere e del non morire per sempre, o per meglio dire quello che la fede cristiana offre come “destino” a chi, senza ripensamenti, decide di abbracciare il Vangelo di Cristo. Tutto questo segna il martirio di don Pino Puglisi e, adirittura, l’esistenza di chi lo ha ucciso.

«Coloro che uccidono i propri fratelli – affermò l’Arcivescovo di Palermo, Salvatore Pappalardo, durante i funerali di Puglisi – sono cristiani ma traditori, sono cristiani ma disonorati in se stessi…». Gaspare Spatuzza e Salvatore Grigoli – gli esecutori materiali dell’omicidio, oggi collaboratori della giustizia – raccontano il cambiamento delle loro vite iniziato il 15 settembre di venticinque anni fa, quando dal volto del “parrino” siciliano, prima di sparargli a bruciapelo con un arma da fuoco, raccolsero uno stranissimo e amorevole sorriso. Un sorriso che lasciò perplessi anche i medici che eseguirono l’autopsia sul cadavere di Padre Puglisi, senza riuscire a spiegarsi come mai quel volto – dopo aver subito il trauma del colpo ravvicinato alla nuca, che di per sé avrebbe dovuto deformare i lineamenti del viso – “continuasse a sorridere”. La sorpresa divenne ancora più grande quando durante l’estumulazione del corpo di don Puglisi, avvenuta qualche settimana prima della beatificazione, i medici poterono constatare non solo lo stato di ottima conservazione del corpo del sacerdote palermitano, ma la presenza di quel sorriso ancora stampato sul suo volto.

Un parto per uccisione che spiega ancora una volta il senso – assurdo per la mente umana – del “non morire mai”. Il cardinale John Henry Newman, che nel 1845 lasciò l’anglicanesimo per abbracciare il cattolicesimo, diceva: «Non aver paura che la vita possa finire. Abbi invece paura che possa non cominciare mai davvero». Ed è proprio vero, c’è, infatti, chi permette a se stesso di invecchiare prematuramente e lascia al tedioso “non senso” il compito di indebolire ogni frammento dell’esistenza. L’uomo, invece, è fatto per vivere, anche dopo la morte. Il cristiano – creato per l’eternità – lo dovrebbe sapere bene; è come se il buon Dio sussurrasse ogni giorno al cuore dell’uomo: “tu, non morirai mai!”.

«Zio Pino – concludono Ficarra e Picone – era una persona normale […] Amava troppo. Zio Pino era un professionista dell’amore. […] E col tempo si era aggravato, più amava e più voleva amare. Da questo punto di vista era diventato inaffidabile. Ma la cosa incredibile è che più era inaffidabile più veniva amato da tutti. […] Noi glielo dicevamo “Zio Pino, si dia una calmata con tutto questo amore, perché sennò a lei finisce male” ma lui niente, era cocciuto. Zio Pino era un amatore cronico. Era un amante dell’amore. Amava amare».